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Il mare

Il mare, di per sé, da l’idea dell’immenso e dell’infinito; mantiene intatto, in ogni epoca e per ogni persona, tutto il suo fascino e il suo grande potere suggestivo; nonostante l’evoluzione esponenziale della scienza abbia di fatto rimpicciolito la sua grandezza di fronte al vero infinito interstellare, esso conserva per noi e per la nostra immaginazione tutto la sua forza di attrazione e di timore al tempo stesso; a pensarci bene, questa apparente contraddizione si giustifica in due modi; il primo è che qualsiasi dimensione, per quanto contenuta e limitata, può espandersi enormemente, se noi riusciamo a dotarci della capacità di osservarla utilizzando le lenti dei cannocchiali della fisica moderna che consentono, come noto e come più volte detto, di dilatare per miliardi di volte anche le superfici più piccole e contenute; per dirla in altre parole, dobbiamo seguire lo stesso procedimento di Lilliput che, attraverso un robusto rimpicciolimento improvviso, capì molto bene la concretezza della legge sulla relatività e la grande importanza del punto di vista.

In questo modo, se riusciamo ad immedesimarci in un nuovo piccolissimo Lilliput, possiamo riuscire, quando siamo immersi nel mare, in una immersione subacquea o anche soltanto distesi a osservare sotto la sua superficie, a concentrarci in ben altro modo sulla sua straordinaria e “infinita” ampiezza.

Il procedimento mentale da seguire consiste nel cercare di concentrarci sulla nostra mente, sulla nostra parte pensante pura, tentando di fare astrazione del nostro corpo, e osservare da quella diversa postazione tutto il vasto ambiente circostante come se fossimo realmente una circoscritta energia, racchiusa in una microscopica particella di plancton che veleggia, smarrita o compiaciuta, nello spazio marino. Certo, non si tratta di un esperimento semplice, ma neppure difficilissimo; in questo mondo di illusionisti veri o presunti, questo è uno dei pochi tentativi che valga la pena di fare; anzi, posso garantire che, con una buona dose di pazienza e fiducia, è possibile riuscire a vivere una avventura molto inebriante e originale, a provare sensazioni che nessuna droga può far provare e, perché no?, assistere a degli spettacoli entusiasmanti che nessuna sala multivisione proietterà mai.

Il secondo motivo del grande fascino del mare sta nella nostra storia personale e generale; non dimentichiamo che il nostro primo istante di vita è avvenuto in quel nostro privato mare che è stato il liquido amniotico della donna che ci ha generato; in quel nostro vasto mare originario, abbiamo avvertito le prime sensazioni confuse e lì abbiamo avuto la prima coscienza di noi stessi; in quell’ambiente che, per noi in quei lunghi momenti,era il solo mondo esistente, si è formato il centro e il nocciolo della nostra personalità, nevrosi e virtù comprese; di quel mondo abbiamo ancora presenti rimembranze che possono essere nitide o sfuocate ma sono sicuramente marcate e indelebili al nostro interno; la nostra memoria, ogni tanto veleggia verso quel suo antico mondo con lo stesso spirito di chi ritorna al paese di origine, alla sua antica famiglia, al nido abbandonato che ancora oggi gli lancia nostalgici e irresistibili richiami di appartenenza.

La nebbia che staziona tutto intorno non annega i ricordi, tutt’altro; la loro dispersa dimensione evoca un dolce richiamo, un bisogno forte di assaporare, ricordare, gustare un sapore amato e non dimenticato.

Anche quì, voglio raccontare una esperienza che mi capitò qualche tempo fa e che fu, contemporaneamente bellissima e tremenda. Nel bel mezzo dell’inverno, mi recai in una località tropicale per un breve periodo di vacanza; all’arrivo, quando si aprì il portellone dell’aereo, fui colpito dalla particolare luce di quel posto e, naturalmente, anche dal caldo afoso che contrastava con il freddo pungente che avevo lasciato poche ore prima; la cosa che, però, mi colpì di più fu il colore vivace e azzurro e luminoso e quasi aggressivo del mare che sembrava, forse per una naturale aspettativa da parte mia, rivolgermi un invito pressante e anche sottilmente morboso ad immergermi. Due ore dopo, con una velocità record, ero già sulla spiaggia e, con una sensazione di avventura ma anche di solitudine, mi tuffai nell’oceano.

L’acqua era calda, la luce era vivissima persino ad una certa profondità; tutto intorno era un brulicare, un proliferare molto intenso di una grande quantità e varietà di pesci di ogni forma, colore, dimensione e aspetto; rapidamente i pochi suoni e rumori dell’ambiente esterno che mi avevano accompagnato fin lì svanirono del tutto e io, divenni parte integrante, costituente, organica di quel magma liquido, nuotando in esso senza nuotare e divenendone un tutt’uno, forse, così pensavo in quel momento, in modo definitivo.

Riconobbi le espressioni dei pesci come familiari e in qualche misura, anche complici, consapevoli di un destino comune, appartenendo ad una specie comune, quella degli esseri viventi; le diverse dimensioni svanirono e l’unica realtà che potei percepire fu quella delle sensazioni, dei pensieri e delle emozioni; tutto era allo stato nervoso, cerebrale, mentale; fui trascinato all’improvviso in una sfera di inebriante comunicazione; un chiacchiericcio virtuale, un mercato soffuso che si svolgeva in uno stato indistinto, avvertito però con grande chiarezza.

Divenni così, per un periodo indecifrabile e indefinito, amalgama costitutivo di un plancton variegato multiforme e pluridimensionale, senza limiti di tempo e di spazio; mi vennero in mente i versi del poeta: “naufragar m’è dolce in questo mare”; stavo bene, non avevo ambizioni, ero senza programmi e obiettivi; l’unica volontà, in quel momento, era quella di far perdurare il più possibile quello stato vitale che, assurdamente, mi sembrava eterno; o forse lo era?

Mi sembrò di essere giunto nell’anticamera della percezione assoluta, alla vigilia della comprensione del tutto; la mia energia spaziò in quell’oceano, superò tutte le distanze in lungo in largo e nel profondo pur rimanendo immobile; stavo assaporando i pensieri della Divinità e comprendevo il valore e il senso della potenza assoluta; mi sembrava di essere e di capire il tutto; sentivo e capivo che il tutto era in me; e io lo riconoscevo in uno stato di sconfinato benessere e tranquillità, di confortevole rassicurante incoscienza; avvertivo, con leggeri lampi di pericolo lontano, che avrei potuto lasciarmi andare e, far morire fisicamente la mia vita di quel momento; sapevo che la mia energia sarebbe sopravvissuta e questo accrebbe la dimensione della mia volatilità e la coscienza della mia forza.

Ad un certo punto, però, quello stato di benessere fu pregiudicato e incrinato senza alcuna ragione apparente da brividi di freddo e da una indescrivibile sensazione di precarietà; l’acqua, sempre luminosa, lasciava trasparire e trasalire ondate di scuro incolore e minaccioso che salivano dal basso e che si mescolavano con la luce sfavillante che, comunque, persisteva tutt’intorno; quelle ondate dettero vita ad una catena di reazioni sempre meno rassicuranti; mi sembrò di essere sovrastato da un grande pericolo, un pericolo molto serio, anch’esso proveniente dal basso, che minacciava la mia esistenza, lasciandomi sospeso in una condizione di allarme e di ansia avvertita molto acutamente.

Ancora oggi, quando ripenso a quell’esperienza con maggiore distacco, rimango toccato dalla profondità di quelle emozioni; oggi so che quel senso di pericolo mi assalì perché prevalse la mia corporeità, la mia fisicità, la mia materialità; l’energia si era librata oltre, ma la sua casamatta ospitante l’aveva richiamata a sè e le aveva nuovamente reimposto i suoi condizionamenti abituali.

Tuttavia rimasi ancora lì, quasi a sostenere una sfida che non potevo mollare; la nuova minacciosa sensazione non mi allontanò, neppure per un istante, dalla certezza di essere parte del tutto, anzi me la confermò definitivamente, facendomi capire allo stesso tempo che le categorie della paura, del bello e del brutto, del meraviglioso e dell’orribile, del confortevole e dell’ansioso, sono umane, troppo umane per pretendere di farle divenire metro di giudizio assoluto; quelle categorie rappresentano il nostro metro per misurare il mondo e l’ambiente che ci circonda; ci aiutano a muoverci in esso, a capire e assimilare le leggi della sopravvivenza e della procreazione, ma non possono svelarci i segreti costitutivi della materia stessa e di noi stessi.

Le grandi leggi, quelle vere e obiettive, della fisica, della natura e del mondo, ignorano le nostre sensazioni che, invece, ovviamente, sono così decisive e insostituibili per noi. Dobbiamo rassegnarci a questa verità e prenderne atto che noi siamo semplicemente parte del mondo; una minuscola, microscopica particella tra miliardi e miliardi di altre particelle.

La tenerissima storiella che noi siamo al centro del mondo, che anzi esso è stato creato per noi e che Dio ci abbia fatto a sua immagine e somiglianza è così dolce e ingenua che fa sorridere sulle umane debolezze e sulle sue inguaribili necessità di continue conferme sulla propria centralità che l’uomo ha sempre avuto in ogni epoca.

Mentre i pensieri vagavano leggeri nella mia mente, continuai a rimanere lì, a galleggiare ( è proprio il caso di dirlo) travolto da quelle due sensazioni fortissime e contrastanti che si erano impadronite di me e che mi avevano fatto ubriacare di emozioni riuscendo contemporaneamente a farmi stare male e bene, a farmi volare e ad aver paura di cadere.

Rimasi ancora lì, per un tempo lunghissimo: mi sembrò          “ un’eternità”. In certi momenti ebbi l’illusione di aver iniziato una nuova vita che era iniziata con lo sfondamento e il superamento della mia tradizionale dimensione dello spazio e del tempo. In realtà, come appurai subito dopo, erano trascorsi pochi minuti.

Da allora, però, continuo a chiedermi cosa veramente successe quella volta; la domanda può forse apparire stupida, perché la risposta più ovvia è che la straordinarietà di quell’ambiente mi creò delle emozioni così intense da venirne travolto; questo è quello che si pensa normalmente.

Io, invece, penso, che quello non fu uno stordimento momentaneo, una illusione, una fantasticheria; penso che fu veramente una nuova vita, veramente e lungamente vissuta, in una nuova condizione e in una nuova dimensione; me lo dicono ricordi intensi che ancora mi sovvengono di quello stato che fu; nello stesso modo con cui qualche volta ci sovvengono alla mente barlumi di esperienze della nostra vita passata che, magari, racchiudono in pochi istanti un lungo e complesso periodo di vita vissuta.

L’unica cosa che so con assoluta certezza è che in quel momento, o in quei momenti, o in quegli anni, la mia natura e la mia energia, qualunque essa fosse o, in qualsiasi situazione si trovasse, riuscì ad entrare in simbiosi con una grande energia della quale faceva parte e nella quale condivideva una prospettiva e un destino comune.

In quella situazione vivevano contemporaneamente le condizioni del benessere, figlio della forza e della potenza, dell’ammirazione e della contemplazione, insieme a quelle dei rischi derivanti dalle continue trasformazioni e modificazioni che quella massa poteva scatenare al proprio interno; da questo nasceva la felicità per quel volo pieno di impulsi inebrianti e la paura che un piccolo soffio di vento potesse significarne la fine, allo stesso modo di come un piccolo chicco di grano ondeggia beato oscillando insieme a miliardi di altri suoi confratelli nel vento e nel sole quando sta per arrivare il momento della trebbiatura; perché quel momento arriva per tutti.

Tutti noi siamo un piccolo chicco di grano che ondeggia nel mondo; abbiamo la consapevolezza di esistere che, normalmente è condizionata dai nostri stili di vita e, quindi, distratta dalla sua missione naturale; quando ci lasciamo andare e riusciamo ad avvertire la nostra originalità e la nostra vera natura, quando ci avviciniamo allo stato e al principio costitutivo, allora capiamo, o meglio, sentiamo che siamo parte del tutto, che siamo una piccola, piccolissima particella vibrante che si esalta nei momenti creativi e nascenti e si deprime e si atterrisce in quelli involutivi e morenti.

Si tratta di sensazioni che durano un attimo la cui ampiezza è non misurabile: può essere eterno o istantaneo. Dipende solo da noi, dal nostro punto di vista, dalla nostra pancia.

Non potrebbe essere altrimenti, perché questo è il senso della vita.

La coscienza, che cosa è la coscienza?

C’è o non c’è? Esiste? In che modo partecipa e condiziona l’evoluzione e la trasformazione della materia? Secoli di dispute e diatribe che possono essere risolte con l’affermazione dell’ovvio: la coscienza esiste; è rappresentata dalla materia che, nella sua espressione più alta, diviene consapevole, interagisce e orienta lo sviluppo della materia che l’ha generata; essa è un prodotto dell’energia che diviene nuova energia e contribuisce alla creazione; senza voler essere blasfemi, si potrebbe dire che è figlia di Dio e che, poi, diviene, a sua volta, Dio, creando nuova energia e nuove coscienze, in un continuo crescere e decrescere, nascere e morire.

Un mondo dove l’obiettività e la soggettività si scambiano continuamente i ruoli, inseguendo un ritmo eterno e senza tempo.

Voci lontane

Le possiamo sentire in varie occasioni, le più impensate e diverse; ma per poterlo fare –lo abbiamo già detto- occorre che sia modificata, alterata la tradizionale struttura del suono e dell’ascolto; è molto difficile per chiunque, a parte casi eccezionali e per questo scarsamente interessanti per noi, riuscire a percepire qualcosa all’interno di un ufficio tradizionale con i rumori e le voci che ci sono familiari, o anche nel comfort della nostra casa. Per ascoltare veramente, per porsi in ascolto e recepire messaggi e suoni è necessario che vengano aperte delle chiavi, che ci si ponga in uno stato recettivo nel quale la ragione sia chetata e la mente sia liberata dalle occupazioni e dalle ambasce quotidiane. Si deve riuscire ad entrare in una dimensione non usuale, altra, diversa e favorevole.

E’ una questione di frequenza; come i programmi ad onde medie non possono essere ascoltati sui canali a modulazioni di frequenza, così il mondo extrasensoriale non può comunicare con la realtà brutalizzata dagli interessi materiali; per ascoltare i comunicati delle radio di polizia non basta possedere una radio, né mettersi all’ascolto: occorre possedere la chiave d’accesso. Allo stesso modo, a maggior ragione avviene nel nostro caso: servono radio molto particolari e orecchie altrettanto particolari, abituate a navigare in sintonie molto diverse dalle solite, originali e in qualche modo speciali.

La modifica della struttura del suono si può realizzare anche quando alle tradizionali e familiari dimensioni d’ascolto subentra un silenzio assoluto; quel silenzio può essere il più assordante dei suoni e lo possiamo incapsulare nella nostra mente come un sottofondo luminoso dove le ombre vocianti possono assumere tratti e contorni abbastanza definiti e più riconoscibili per noi.

Le voci lontane parlano sempre; vi è un continuo brulicare di appelli, richiami, inviti, sussurri e grida; quelle voci stanno intorno a noi ed esercitano una pressione auricolare molto delicata, ma incisiva; esse, lo ripetiamo ancora, debbono passare attraverso una struttura del suono diversa: può succedere, in presenza di un rumore continuo e ad alta intensità, come ad esempio un motore meccanico ascoltato per un tempo prolungato; esattamente come avviene quando si usa un trattore o una sega elettrica o una motofalciatrice. Ma anche quando si sta per un tempo prolungato all’interno di una discoteca lanciata su musiche di alta intensità di suono, o anche quando si lavora all’interno di una fabbrica rumorosa o quando si resta per molto tempo su un aereo in volo. La persona che utilizza questi mezzi meccanici o che ascolta quei rumori costanti ed intensi, dopo un tempo indefinito che varia anch’esso, a seconda della tipologia e della  sua sensibilità, oltre che della sua struttura fisica ma anche della intensità del rumore a cui è sottoposta, una volta  oltrepassata la propria personale soglia di rottura entra a far parte gradualmente di una diversa dimensione d’ascolto dove tutto cambia e tutto è possibile; intanto l’intensità dei rumori meccanici rende ovattati tutti gli altri suoni, li allontana, li colloca in un luogo indefinito e vago nello spazio.

In questa nuova dimensione rumorosa ma ovattata, la persona cede le proprie barriere auricolari, allenta la propria attenzione razionale, ma anche quella istintiva; si concentra passivamente su una attività o su un suono ripetitivo e costante; si pone, cioè, in una posizione che possiamo considerare ideale per ricevere, recepire, immagazzinare nuovi segnali e nuove voci; in quella nuova dimensione, in quei particolari momenti di ascolto stabilizzato, continuo e assillante, si aprono delle porticine attraverso le quali cominciano a passare voci e richiami provenienti da altre dimensioni di tempo e di spazio.

La possibilità di ascolto di quelle voci e di quei richiami viene amplificata al massimo in quelle nuove condizioni ed è allora possibile sentire cose molto interessanti; il più delle volte si ascoltano antiche chiamate (intenerite dall’affetto o talvolta morbidamente minacciose) come potevano essere quelle dei nostri genitori durante la nostra infanzia, o anche voci di vecchi amici che riconosciamo immediatamente. Altre volte, invece, sentiamo voci che non riconosciamo e che vengono ripetute in maniera assillante; in quei casi veniamo sopraffatti dallo sconcerto e ci chiediamo con ansia quale possa essere il loro significato.

A me è capitato molto spesso di avere esperienze simili; quando, ad esempio, nel mio rudere in campagna passo la motofalciatrice sul prato, un fenomeno del genere si verifica sempre dopo alcuni minuti, quando, cioè, l’orecchio si è abituato alle nuove lunghezze d’onda sonore prodotte dal rumore a scoppio; in quella nuova, provvisoria dimensione d’ascolto, inizio ad ascoltare nuove leggere vibrazioni, via, via, sempre più nitide, intense e chiare, fino a che le riconosco chiaramente come a me familiari o comunque conosciute; quasi sempre si tratta della voce di mia madre, ripetuta sempre nella stessa accezione e con lo stesso significato; quello di un orgoglioso rimprovero, per quella che lei riteneva una mia eccessiva esuberanza, che mi lanciava con tenerezza dalla finestra della nostra vecchia casa in paese.

Ma anche altre voci mi giungono e qualche volta con significati ben precisi, per quanto improvvisi e inaspettati; alcuni anni fa mi è accaduto che durante un lungo volo notturno sull’oceano, quando tutti i rumori si erano acchetati, dopo alcune ore passate in uno stato appisolato del solito relax nervoso che si impadronisce di me tutte le volte che volo, inizio a percepire un richiamo dapprima flebile e poi sempre più marcato: una voce maschile ben intonata che cantava con grande intensità una dolce struggente melodia, romantica e dolcissima; posso dire che ascoltai quella canzone per un periodo di tempo abbastanza lungo, per quanto non misurabile; un ritornello molto piacevole su cui mi lasciai andare e che entrò completamente nel mio corpo accompagnandomi in uno stato di semi incoscienza prima e di sonno poi.

Quella musica aprì la visuale della mia mente ad una sceneggiatura insolita ed originale; stavo osservando una pellicola interna che proiettava un film nel quale si mescolavano immagini sul lavoro nei campi, la produzione di cotone, la vita nella savana, nei villaggi, battaglie ancestrali e scene di vita familiare a me sconosciute. Ma sempre riecheggiava quella melodia, quella nenia ricorrente che faceva da sottofondo, accompagnava e colorava tutti gli ambienti.

La sera dopo, mentre stavo seduto ad un bar di quel paese lontano a bere una bibita riascoltai quella voce; apparteneva ad un anziano orchestrale che cantava le canzoni del suo antico popolo di origine, quando fu trasportato schiavo in catene in un’altra terra; notai la stessa tenerezza che avevo percepito sull’aereo, in quella musica, in quelle parole e anche in quell’uomo; io avevo sempre desiderato ascoltare dal vivo quella musica, quei ritmi, quelle vibrazioni vocali perché le avevo sempre associate alla massima forma di espressione della sensibilità artistica e poetica; questo può certamente aver influito a determinare la visione sonora, ma non può essere sufficiente a spiegarla del tutto; in realtà era successo che la mia energia aveva chiamato e che un’altra energia aveva risposto all’appello; tutto era avvenuto con grande semplicità; si era verificato un incontro di necessità e di desideri, maturato non si sa in quale circostanza e per quale motivo o in quale luogo, avvenuto in una dimensione diversa dal solito ma comunque reale.

A pensarci bene, la vita può offrirci degli scenari assolutamente meravigliosi; quel tipo di esperienza che avevo vissuto, in qualunque modo la si voglia considerare, appartiene di certo alla sfera dello straordinario e del bello; si tratta di esperienze che vengono spontaneamente se solo ci si lascia andare, se ci si pone all’ascolto e si lascia che le cose avvengono da sole; è incredibile il fatto che l’umanità non si concentri maggiormente su questi fenomeni eccezionali, ma anche molto comuni, che possono verificarsi spontaneamente se solo si ripone fiducia nella parte nascosta e ignorata di noi stessi. E’ incredibile che l’umanità  non vi rifletta sopra con determinazione per capire meglio quelle che, in fondo, sono le domande più importanti che riguardano la sua vita e il suo destino. Una maggiore consapevolezza sulla nostra vita interiore e sul suo funzionamento ci permetterebbe di vedere con chiarezza chi siamo e ci potrebbe far vivere meglio, con maggiore armonia ed equilibrio, con più serenità e fiducia.

In un modo molto casuale fui invitato a fare un viaggio “di lavoro” nello Yemen; le virgolette hanno un senso preciso, perché in quel periodo era abbastanza insensato tentare di fare business nello Yemen; ma l’entusiasmo di quel mio amico che aveva già avviato una piccola attività immobiliare in quel lontano paese, insieme alla mia disponibilità di tempo e ad un sincero interesse per quel Paese mi convinsero e accettai, così, quella avventura. Prenotammo i biglietti e partimmo.

Chi ha visitato lo Yemen sa che quel Paese presenta una forte singolarità rispetto a tutti gli altri Paesi; appena vi si mette piede ci si rende conto che più che in un Paese straniero e diverso si è arrivati in un altro mondo, dove tutto è profondamente altro rispetto alle nostre normali esperienze di vita. E’ un luogo dove non esiste lo Stato, dove la famiglia può essere multipla o non può essere, dove la donna non appare mai e quando lo fa è completamente invisibile, dove il lavoro viene svolto dalle donne, considerate come meri strumenti di produzione e riproduzione, o dai maschi, ma solo fino all’età di tredici, quattordici anni. Superata quell’età gli adulti si dedicano alla loro attività preferita che loro chiamano “business”; vale a dire gironzolare in gruppo, armati fino ai denti e stretti come sardine, su pianali di improbabili camion di non si sa quale era, alla ricerca di possibili guadagni più o meno leciti; il resto del tempo lo passano accovacciati all’ombra, amoreggiando in compagnia di qualche giovanetto, come lo chiamavano gli antichi greci e romani; questo in un Paese dove la omosessualità viene condannata con la pena di morte.

Nello Yemen non esiste raccolta di rifiuti, distribuzione di acqua potabile, non esistono fognature o impianti di illuminazione elettrica, non esistono apparecchi radiofonici o televisivi, telefoni fissi o cellulari, lavatrici o lavastoviglie; in quella realtà immobile soltanto il qat, l’erba che produce visioni e allucinazioni, consente di evadere, navigare in qualche altro luogo, provare una qualche illusione. Insomma, nello Yemen si vive ancora come vivevano Salomone e la Regina di Saba o, meglio, come vivevano i loro sudditi, ed è proprio il caso di dire che lì il tempo si è fermato, a prescindere da ogni nostro ragionamento sulla relatività.

Ed è proprio questo l’aspetto interessante di questo Paese: i saggi che vi si possono incontrare oggi, usano le stesse categorie di riflessione e di analisi dei saggi di cinquemila anni fa; la loro visione del mondo presenta aspetti liberi dai condizionamenti tecnologici, assolutamente indipendenti, tali da provocare l’interesse più genuino anche nell’osservatore più distratto.

Nello Yemen, infine si vive ad alta quota e non in senso traslato; lì la vita è possibile soltanto oltre i tremila metri di altezza, perché al di sotto vi è un deserto tra i più aridi del mondo, talmente inospitale che è impossibile resistervi; ma si arriva anche oltre i cinquemila metri, dove l’aria è rarefatta, l’ossigenazione è limitata, la respirazione difficile e la vita, condita con il qat, è completamente diversa da come la immaginiamo noi, i ragionamenti seguono altre piste, la fantasia è fedele compagna della pratica e della concretezza, le idee volano oltre i confini dell’immaginabile.

Su quelle alte vette, dove i panorami e gli scenari sono folgoranti per la loro bellissima profondità e ampiezza, ebbi un incontro straordinario che mi influenzò per tutta la vita.

In un villaggio ad alta quota, dopo aver trascorso una serata molto rilassante e aver ammirato la danza alla luna fatta con totale dedizione da giovani guerrieri, notai un anziano di età molto avanzata che un nostro amico del posto mi indicò come uno dei saggi del villaggio; stava guardando da molto tempo la notte nel cielo; in particolare era concentrato nel punto dove le stelle si incontravano con le alte vette; lo faceva con impegno particolare come se per lui, quella fosse l’occupazione più importante; il suo aspetto era sereno e la sua espressione incredibilmente rilassata; con un misto di timore, di rispetto e di grande interesse mi avvicinai a Lui, lo salutai con grande semplicità, mi sedetti accanto al sasso dove era accovacciato e, confortato dalla traduzione del nostro fedele accompagnatore ed interprete Abib, gli chiesi che facesse e cosa guardasse.

Mi rispose che stava bene, che era sempre stato bene, che quello era il suo lavoro, ma anche il suo passatempo preferito, perché lo spettacolo che va in onda tutte le sere nel cielo non ha eguali; mi rispose che il cielo e lo spazio, per chi riesce a leggerli, possono narrarci le storie più belle, ma anche insegnarci molte cose, che la nostra mente può volare, capire e carpire i segreti del mondo. Era stato informato da altri viaggiatori che in altre parti del mondo erano state costruite delle società negative e false dove la gente stava molto male, lavorava a ritmi frenetici, era infelice e aveva perso la propria strada, anzi non conosceva neanche più lo scopo del proprio viaggio su questa terra e della vita che conduceva; chiamava gli occidentali uomini persi e mostrò nei loro confronti una grande pena.

La sua meraviglia era veramente sincera; non riusciva a capire come era stato possibile aver ceduto così totalmente alla materialità e agli inganni del corpo, alle sue illusioni, fino a diventarne schiavi; eppure- mi disse- avete avuto grandi maestri che vi avevano indicato la via, che avevano capito un tempo lontanissimo molte cose e le avevano anche scritte; manifestò una grande sorpresa per il fatto che quei maestri fossero stati dimenticati.

Ma la cosa che maggiormente lo irritava era l’arroganza degli occidentali, la loro protervia, la loro superficialità e povertà di spirito.

Dimostrò per quel mondo dal quale io provenivo una grande tristezza e un sincero dispiacere per la povertà e la miseria nella quale era caduto; ma non aveva conoscenze dirette e approfondite; volle saperne di più; mi chiese che tipo di vita conducevamo, se fosse vero quello che aveva sentito dire e anche cosa io ne pensassi.

Cercai di dargli le informazioni che voleva nel modo più presentabile e nel loro aspetto migliore; gli parlai della democrazia, del benessere, della sicurezza, dell’igiene, non nascondendogli comunque il mio punto di vista critico sulla società dalla quale provenivo; gli dissi che anche io avevo delle riserve, che avevo combattuto e che stavo combattendo contro gli eccessi del consumismo; tuttavia –continuai- il suo pessimismo totale mi sembrava eccessivo e mi permisi di esprimere il mio parziale dissenso rispetto al suo punto di vista.

Eccessi? –mi rispose-  Qui non si tratta di eccessi.

Vedi –continuò- io sono una persona anziana da molto tempo; so che tra poco dovrò morire; non sono intransigente, sono tranquillo, calmo, sereno; aggiungo che sono felice, perché ho sempre vissuto e tuttora vivo secondo natura e anche secondo i miei istinti; ho fatto molti figli e ho seminato la mia specie; attraverso molti di loro continuerò a vivere, ma vivrò anche in diversi altri modi; ho goduto del mio corpo, perché esso consente molte possibilità; possiamo vedere, ascoltare, sentire, toccare, annusare, gustare; inoltre possiamo percepire, intuire, immaginare, prevedere; la nostra mente è straordinaria; ci permette cose meravigliose e uniche; io le ho provate, so quanto siano belle e gratificanti; qualche volta mi viene in soccorso il qat e, attraverso di esso, posso riuscire ad evadere meglio dal mio organismo, quando è giusto farlo; inoltre- e qui gli brillarono gli occhi- ho ancora del tempo e questo mi riempie di buon umore e di ottimismo.

I vostri non sono soltanto eccessi; è il sistema che non va, tutto insieme; l’architrave sulla quale siete poggiati è fradicia, vivete nell’inganno e siete su una strada completamente sbagliata, date importanza a cose che non ne hanno e per questo vivete molto male. Più avete e più volete; tutti i vostri sforzi sono destinati solo e sempre ad accumulare beni materiali; state perdendo questa vostra unica occasione, vivendo nella infelicità, nella insoddisfazione continua, nella nevrosi, nella depressione. Pensate che il benessere materiale e l’accaparramento siano le uniche cose che contino; avete impostato tutte le vostre leggi non per costruire una società equa e giusta ma per difendere la proprietà privata; il vostro verbo preferito, quello al quale sacrificate tutto è il verbo avere, non il verbo essere. La vostra corsa ossessiva alla ricchezza, tra l’altro, è del tutto inutile, perché non vi basta mai e quindi, continuando a rincorrerla, non vi soddisferà mai.

Nelle vostre città il lusso è l’altra medaglia della miseria, l’uno è figlio e padre dell’altra; giudicate gli uomini per quanto hanno accumulato non per quello che pensano e che fanno o per come vivono; anche il criminale più riconosciuto e il ladro più impenitente vengono da voi rispettati e venerati se solo riescono a farla franca e disporre della ricchezza in qualsiasi modo accumulata.

Nei nostri villaggi un povero, per quando grande possa essere la sua povertà, non arriva mai a varcare la soglia della miseria più totale che comporta sempre automaticamente anche la perdita totale  della dignità, del proprio amor proprio e della fiducia in se stesso.

No, non si tratta solo di eccessi.

Avete dimenticato, per pigrizia, disinteresse o complicità, il vecchio sano principio secondo il quale ogni fortuna inizia con un crimine e tutte le ricchezze nascono dall’avidità. La vostra Società sta esaltando e valorizzando tutte le tendenze negative dell’animo umano; in questi ultimi tempi le ha addirittura innalzate a sistema, a modello istituzionale, legalizzando ciò che, invece, dovrebbe essere riprovevole. Le nuove generazioni stanno formandosi su questi falsi valori e, certamente, continueranno ad andare ancora sulla strada sbagliata, consolidando l’errore. Da voi, insieme agli sprechi stanno aumentando ingiustizie odiose e innaturali; le vostre super metropoli piene di tesori stanno producendo frotte crescenti di barboni che vengono lasciati morire di fame e di freddo nelle strade. Voi ignorate quale sia il vero significato della parola solidarietà; la scambiate quasi sempre con la carità e il pietismo; nella solidarietà vi è amore, nella carità vi è il cinismo, l’opportunismo e l’ipocrisia. La vostra nuova frontiera, il vostro nuovo idolo è costituito dalla cosiddetta “privacy”; state costruendo intorno ad essa nuovi muri, nuove barriere; dopo aver schedato e controllato ogni vostro più intimo movimento attraverso una rete di controlli che neanche la più efficiente delle dittature avrebbe mai potuto immaginare, ora state costruendo altre separazioni e state innalzando nuove barriere scambiando così quello che è un diritto naturale con la più triste delle solitudini.

Il vostro mondo sta costruendo il suo smodato benessere materiale sulla fame degli altri popoli; avete costruito un ordine mondiale che condanna alla morte per fame la gran parte degli abitanti della terra.

State seminando a piene mani rancore e odio tra i popoli della terra; nessuna epoca come questa è stata caratterizzata da tanta brutalità. Nelle epoche antiche la violenza nasceva dalla fame o al massimo dalla sete di potere; per la vostra cultura è diventata, invece, il fondamento etico delle Nazioni e la giustificazione di ogni scelta.

Dite di combattere il terrorismo ma fingete di ignorare che esso è un vostro inevitabile prodotto: dalla violenza nasce sempre altra violenza.

Mi dispiace –concluse- con una espressione sinceramente addolorata e preoccupata, mi dispiace veramente.

Coincidenze?

In questa luce deve essere inquadrata una delle questioni più interessanti e anche misteriose, per non dire inquietanti, che ha affascinato da sempre e continua ad affascinare la vita degli uomini; le cosiddette coincidenze; avvenimenti e fatti che si verificano in modo sorprendentemente collegato a nostre aspettative, a nostre speranze o anche a nostri timori; si tratta di episodi abbastanza frequenti che si ripetono a intervalli più o meno regolari nella vita di ciascuno di noi; anche per questo aspetto della nostra vita, la stragrande maggioranza delle persone si abitua a non dare importanza a tali manifestazioni; anzi, più sono inspiegabilmente “coincidenti”, più vengono rapidamente scaricate nel dimenticatoio dei ricordi, nel cestino della nostra memoria e della nostra coscienza.

La mia opinione al riguardo è molto semplice: ritengo le coincidenze niente affatto casuali; penso che esse siano il frutto di volontà espresse o di movimenti in atto, di desideri che si manifestano con grande forza e, anche, di energie in attività; soltanto che esse si manifestano in modo meno chiaro e immediatamente visibile e percepibile, perché non appartengono alla sfera dei nostri comportamenti quotidiani e delle nostre esperienze più frequenti e familiari; quando ci si allontana dal mondo che noi siamo abituati a frequentare, a conoscere, a vivere, molto spesso tendiamo a sostituire quella che dovrebbe essere una doverosa curiosità con comportamenti timorosi e prudentissimi, nella perenne ricerca di situazioni tranquille e stili di vita confortevoli e rilassanti che ci confermino le nostre consolidate opinioni e sensibilità.

Anche quando ci rendiamo conto che una coincidenza sopraggiunta è troppo strana e inspiegabile per essere soltanto una coincidenza ci limitiamo ad un sorriso abbozzato non si sa verso chi e per che cosa, ad una sorpresa silenziosa e subito repressa, ad abbozzare una domanda, una richiesta di spiegazioni che ci lasciamo strozzare in gola e che non rivolgeremo mai né a noi stessi, né ad altri; e così, ci lasciamo sopraffare da atteggiamenti pigri e anche tristemente sottomessi alla nostra debolezza caratteriale; ci facciamo sopraffare dalla non conoscenza, voltiamo le spalle e guardiamo altrove, verso i luoghi delle nostre abitudini; se ci facciamo caso, in quelle circostanze, addirittura, anche la nostra espressione facciale si rifugia nella nostra maschera natia    (perché ognuno di noi ha dei tratti originari, propri, che si riconoscono inequivocabilmente persino nelle pieghe della pelle, nei segni e nelle espressioni del volto); in cambio, ci sembra di essere più protetti e non vediamo l’ora che un diversivo rassicurante, magari lo squillo di un telefonino o la voce di un canale televisivo, ci faccia nuovamente riannebbiare nella nostra confortevole e deprimente quotidianità.

Noi dovremmo, al contrario, anche in questo caso, cercare di capire che cosa possano significare questi fenomeni inspiegabili all’apparenza, perché è sicuramente vero che ciò a cui non riusciamo a fornire una spiegazione, la possiede al suo interno; soltanto che noi non ci arriviamo perché i nostri occhi, le nostre orecchie e tutti i nostri sensi non ce lo consentono.

A questo proposito è opportuno esaminare alcune delle coincidenze più frequenti e comuni nelle quali molte persone, per non dire, tutti, hanno avuto occasione di imbattersi: una delle più frequenti è quella degli incontri “casuali”; si verifica quando tra due individui che vivono in una stessa città inizia un percorso di intensa sintonia, il più comune dei quali è quello dell’innamoramento. In quel periodo, quello della nascita del nuovo sentimento, avviene che la grande forza delle energie positive in movimento, condiziona inesorabilmente tutta la vita delle persone coinvolte; non c’è un modo di sottrarsi a questa legge generale; e così si verifica che le due persone interessate vengano attratte da una forza “misteriosa” verso gli stessi luoghi, negli stessi momenti; quando, ad esempio, si fa una certa cosa in un determinato momento e in un luogo definito e, all’improvviso, ci viene in mente di dirigerci in un’altra zona, spesso incontriamo l’altra persona.

Nei casi di maggiore intensità emotiva, “sappiamo” che incontreremo l’altra persona e, quasi sempre, questo puntualmente avviene; non ci meravigliamo neppure di quell’incontro, ci sembra naturale; quando, poi, l’incontro avviene ci sentiamo appagati, soddisfati, felici, non solo per l’incontro, ma, perché tutte le nostre innumerevoli particelle costitutive, che precedentemente stavano lavorando con tenacia per quell’evento, hanno raggiunto il loro scopo, possono accoppiarsi con le altrettanto innumerevoli particelle della persona amata dando luogo a esplosioni di incontri multipli e intrecciati, a nuove creazioni di energia e di onde non solo emotive; in quelle situazioni sentiamo una gradevole sensazione di benessere, perché tutto va bene, la vita ci sorride, la fase ascendente è al massimo splendore e al massimo vigore; niente ci preoccupa, niente ci spaventa, ci sentiamo immortali.

E’ evidente quindi,come questa situazione, che sembra una coincidenza, in realtà non lo sia; si tratta del risultato di un lavoro, di una attività; esattamente come la raccolta che viene dopo la semina e il giorno che viene dopo la notte. Il lavoro del nostro cervello e di quello della persona amata; il lavoro straordinariamente intenso di tutte le nostre parti costitutive che si esprime alla massima potenza in quella che possiamo immaginare ( e che in effetti assomiglia ) a una vera e propria nuova creazione.

Un’altra coincidenza, sempre frequente, ma questa volta, più inspiegabile, almeno per me, è quella costituita dal numero dei kilometri che segna il cruscotto della mia macchina. Si verifica, per dirla in breve che, pur non guardando mai il cruscotto della macchina durante la guida, quando, “casualmente” lo osservo, segna sempre, un numero centesimo; vale a dire 18.700, 19.200, 20.400, e così via; perché? Qualcuno, a cui l’ho riferito, sostiene che ciò avviene, perché in quelle occasioni ci faccio caso e in altre no. Non è così e nessuno meglio di me lo può sapere; sono convinto che vi sia una spiegazione più profonda e più vera a questo piccolo mistero; l’opinione che mi sono fatto è che quei numeri centesimi sono destinati di sicuro ad incidere profondamente nella mia vita; molto probabilmente ad uno dei prossimi numeri centesimi scanditi dal mio conta kilometri avverrà qualcosa di molto significativo per la mia vita; forse qualcosa di traumatico ( la mia morte, per esempio: ad oggi è l’ipotesi più plausibile ), forse, speriamo, qualche incontro particolarmente interessante, forse, non so; l’unica cosa che mi sento di escludere è la causalità di questo tipo di fatti.

Un’altra coincidenza molto comune è quella dell’Impresa “pilotata”; avviene, in pratica, che nei momenti di maggiore crisi, si verifica, quasi sempre, un avvenimento positivo che attenua quel momentaneo periodo negativo, e che quando tutto sembra andare storto e il pessimismo dilaga incontrastato avviene un episodio, questa volta, positivo che inverte la rotta nella direzione giusta, dando nuova linfa e nuova speranza che le sorti miglioreranno e che tutto andrà per il meglio; anche questa anomalia è frequente ed è capitata a molti miei conoscenti.

L’obiezione più frequente è che, in realtà non abbiamo a che fare con anomalie e coincidenze, perché, in fondo, l’alternarsi di vicende positive e negative è nella logica delle cose e nel corso della natura; questa osservazione è molto giusta, fondata e veritiera, ma quì ci si riferisce alla circostanza della quasi certa, consapevole “aspettativa” che in particolari situazioni sarebbe avvenuto un fatto che avrebbe invertito una certa tendenza; poi, puntualmente, quel fatto si verifica; questa particolarità era così frequente in una azienda nella quale ho lavorato per un certo periodo di tempo che ormai, nei periodi peggiori, ci aspettavamo un salvagente; sapevamo che ci sarebbe giunta una buona notizia; e così, al contrario, nei momenti migliori, non ci lasciavamo andare all’euforia, perché sapevamo che sarebbe arrivato qualche grosso problema; ora, noi sappiamo che una coincidenza può essere una coincidenza quando rappresenta una eccezione; se, invece, si verifica spesso, allora diventa una regola, e ci deve pur essere una giustificazione logica, comprensibile, razionale (il che non vuol dire assolutamente a noi conosciuta) alla sua base.

Per dirla con altre parole, prendendo, anche qui, a pretesto la scienza, se una singolarità si verifica con frequenza, dobbiamo parlare di regola generale.

Va bene, ma cosa significa questo? Quale è questa regola generale? Di cosa si tratta? In che modo interferisce con la nostra vita? Gli interrogativi sono giustificati ampiamente. E’ giusto chiedersi a quale filo sia appesa la nostra vita. Più che l’angoscia è la sorpresa e lo smarrimento che ci prende quando riflettiamo su queste cose. A volte è come se vi fosse una assistenza nascosta e superiore che regola la nostra vita; attenzione, non solo leggi generali a noi sconosciute; questo sarebbe normale e tranquillamente accettabile, ma una regia occulta, a noi nascosta e incomprensibile che regola il nostro orologio; quando ci rilassiamo e pensiamo con leggerezza a questi interrogativi, in uno stato che sta tra la concentrazione e la meditazione alla ricerca dei nostri impulsi più profondi, a volte ci vengono in mente le Divinità dei nostri antenati che giocavano con Ettore e Achille e che sovrintendevano a tutte le umane vicende con intensa partecipazione; in quel tempo si parlava di Fato, di Destino; queste “presenze” regolavano sistematicamente la vita degli uomini, interferivano con le loro decisioni, partecipavano a quasi tutte le faccende quotidiane anche a quelle più banali; allora esistevano meccanismi oliati e consolidati per capire e per regolarsi nel cammino della vita.

Recentemente una fortunata serie cinematografica ha lanciato una ipotesi suggestiva e, ovviamente, adeguata ed in linea con i nostri tempi di trionfo informatico: l’ipotesi, cioè, che tutti noi vivremmo all’interno di un superprogramma all’interno del quale ogni singola nostra azione, persino ogni singolo nostro pensiero, possa essere stato preventivamente impostato; qualcuno ha curiosamente ipotizzato che l’uomo sia poi sfuggito al controllo dei programmatori, divenendo il virus temibile e non recuperabile all’interno di quel sistema.

Questa ipotesi può essere vera; come abbiamo detto prima, a proposito del tempo, il superprogramma lo abbiamo impostato, progettato e diffuso noi stessi, o meglio le nostre masse di energia sparse o concentrate; ma il punto fondamentale del programma, quello che le fornisce  un fascino irresistibile è dato dall’aver introdotto nel meccanismo della natura un fattore sorprendentemente dinamico e ribelle, posto nella stessa difficoltà ad orientarsi nella sua nuova condizione, ma dotato anche di una forte, formidabile capacità autonoma di svilupparsi, di andare oltre, di superare i suoi limiti. E’ paradossale che l’uomo stia tentando ora di fare la stessa cosa con i computer dotati di programmi sempre più orientati a superare i limiti imposti e proiettati verso l’autodeterminazione.

Un gioco molto interessante, che si ripete.

Nel medio evo vi erano convinzioni che noi, poi, abbiamo definito mistiche, cestinandole nell’irrazionalità di un tempo che consideriamo generalmente buio e sfortunato, perché lo identifichiamo con la povertà e la miseria, con le malattie e la sporcizia e anche con i roghi degli eretici che illuminavano le notti buie e impaurite delle città europee; ma allora la vita era anche altro e le menti di alcune grandi personalità potevano salire verso vette che nessun super computer potrà mai raggiungere; penso a Giordano Bruno, o Marsilio Ficino o Pico della Mirandola e molti altri ancora.

Nessuno ha mai capito veramente e, forse, potrà neanche mai capire quali cose hanno visto e capito quei cervelli; è certo tuttavia che quello è stato il periodo nel quale le menti degli involucri si avvicinarono di più alla consapevolezza delle masse di energia che li avevano generati; noi, oggi, possiamo soltanto immaginare la strada che hanno percorso, i sentieri che hanno seguito; possiamo intravedere i loro pensieri, che assomigliavano molto a quelli dei loro contemporanei orientali che non conoscevano neppure, ma che erano sintonizzati dalle stesse lunghezze d’onda, accomunati dalla stessa fecondità, dalla stessa ricerca; e, infine, confortati dagli stessi risultati, quasi dalle stesse conclusioni e verità.

Molto oggi è andato perduto; molto, ma non tutto. La nostalgia non serve, non ci aiuta a capire; gli uomini di questa era postindustriale, che guardano con sufficienza a quei tempi considerati bui e neri si rifugiano e chiedono soccorso, per rincuorarsi dal freddo che sentono dentro, a maghi, fattucchiere e imbroglioni della peggiore risma.

Nella marcia a ritroso che l’uomo sta compiendo sul sentiero della consapevolezza possono non esserci limiti; quella marcia stupida e priva di senso deve e può essere fermata; è possibile avviare una ricerca semplice e naturale, perché, come sappiamo e come abbiamo già detto, la verità è dentro di noi e aspetta di essere colta; la conoscevamo e ce ne siamo allontanati; ma possiamo ritrovarla, per capire chi e che cosa siamo, se abbiamo uno scopo e quale esso sia.

Soprattutto dobbiamo capire come vivere nei pochi giorni della nostra piccola vita, quella che ci è rimasta e che è senz’altro molto breve.

In viaggio…

Una leggera brezza mi riportò alla coscienza e alla percezione della realtà; mi risvegliai in un ambiente diverso dal solito e, direi, assolutamente originale ma anche molto ostile; fui colpito da un rumore insopportabile che mi feriva le orecchie; notai con disappunto che mi trovavo sdraiato a pancia in giù su un pianale affollato e in movimento che rullava e vibrava senza soluzione di continuità; sotto di me scorrevano liquidi maleodoranti che si mescolavano continuamente tra di loro a causa delle oscillazioni del pianale; mi accorsi con tristezza e sconcerto che si trattava delle deiezioni dei miei numerosi compagni di viaggio che, anch’essi, ondeggiavano e mareggiavano seguendo le scosse e le pieghe di quel movimento rumoroso nel quale eravamo tutti immersi.

E poi quell’odore; un odore umido e freddo, quasi liquido e che si attaccava alla pelle e vi rimaneva attaccato addosso; un odore che mi annichiliva e che si impadroniva sempre più di me.

Mi trovavo in una strana posizione, anch’essa diversa dal solito: la parte inferiore della mia faccia era aderente al pavimento di quel pianale e tutto il mio corpo si trovava sdraiato in una curiosa posizione supina; dovetti ritirarmi improvvisamente da quella anomala situazione perché mi accorsi che quei liquidi mi stavano letteralmente entrando nel naso e nella bocca quando, a intervalli regolari, cercavo di inspirare con foga aria fresca per riprendere fiato; stavo per vomitare, ero debolissimo; per di più la leggera brezza stava lasciando il passo a robuste ondate di aria gelida che mi frustavano la pelle e che mi stavano procurando forti brividi di freddo che mi consigliavano di cercare tepore e protezione.

Così scivolai prepotentemente ma piacevolmente sotto la pancia di mia madre e lì trovai ristoro e appagamento.

Mi appisolai e scivolai dolcemente in un torpore gradevole interrotto, a tratti, dai sobbalzi e dagli scossoni; continuai a rimanere in quello stato di semi incoscienza assonnata e, allora, non potei fare a meno di pensare alla mia vita di quel periodo caratterizzata purtroppo da una grave malattia giunta ormai allo stato terminale. Ricordai con infinita e malinconica tristezza tutte le sofferenze mie e dei miei cari; mi concentrai con dolore sulle espressioni piene di sconforto che vidi sui volti dei miei due figli mentre ero disteso sul letto di morte completamente rassegnato e ormai prigioniero di un abbandono cosciente e crescente che lasciava presagire la mia prossima fine.

In quello stato di torpore rimasi però sorpreso dalla lontananza di quei ricordi; mi sentivo quasi indifferente alla loro drammaticità, quasi non mi appartenessero più; si trattava di ricordi sfuggenti, nebbiosi, confusi, che si stavano rapidamente allontanando.

Più cercavo di trattenerli, di concentrarmi su di essi, più svanivano; i miei disperati tentativi di fissarli, di recuperarli alla memoria erano inutili; quei ricordi se ne stavano andando, si facevano indistinti, leggeri, evanescenti, impossibili da capire e da collocarli nella mia nuova dimensione. La mia attuale posizione, infatti, reclamava una urgente concentrazione sui bisogni dell’oggi, sulle necessità dell’attimo presente; erano bisogni e necessità che non riguardavano la sfera del pensiero e della riflessione, come ero abituato a fare fino a qualche tempo prima; ora dovevo occuparmi di ben altri impellenti, stringenti, materialissimi bisogni; quelli del freddo e della fame, quelli della paura e della sopravvivenza.

Aprii gli occhi del tutto e ciò che vidi mi atterrì; mi resi conto che non stavo sognando, non ero in trance, non stavo vivendo un incubo ma una realtà molto concreta che, come spesso accade, era peggiore di qualsiasi inimmaginabile incubo: ero ben presente e ben vivo, in quanto appena nato, su un carro bestiame; ero circondato da maiali e io stesso ero un maialino, appunto neonato, che condivideva la sorte della sua specie resa schiava e oggetto alimentare da parte di un’altra specie: quella umana, che fino a non si sa quanto tempo prima era stata la mia; ero impaurito, rattrappito, inebetito da quanto mi stava succedendo intorno; cercavo qualche certezza e qualche speranza, ma ricevevo soltanto spaventose conferme da una realtà sempre meno impossibile e che con il passare del tempo diveniva sfortunatamente più attuale e reale.

Si era fatto notte e adesso il freddo penetrava pungente sulla mia pelle; non esistevano coperte per ripararsi e l’aria mi schiaffeggiava con violenza attraverso le fessure del carro bestiame. Era un’aria umida piovigginosa che mi giungeva sempre accompagnata da quell’odore sgradevole nel quale ero immerso. Mi sentivo sporco, ero sporco.

I miei simili erano anch’essi atterriti e sofferenti ma tranquilli perché rassegnati e abituati a quella condizione inconcepibile di disagio che stava già durando da qualche giorno.

I loro occhi comunque lasciavano vedere chiaramente la tristezza elevata a normalità; era una condizione ancestrale, inconsapevole eppure in qualche modo saggia e accettata, perché niente altro era possibile fare.

La loro vita era quella già da qualche tempo ed essa aveva preso completamente il sopravvento sui ricordi, sulla memoria, sulle esperienze passate, sul tempo trascorso; niente, in quello stato, consentiva loro di percepire la conoscenza presente o quella trascorsa. Tutto per loro, ma adesso anche per me, era confuso e indecifrabile; soltanto qualche flash, qualche pensiero antico e lontano, talvolta, sopraggiungeva veloce, istantaneo ed effimero; ma se ne andava subito inafferrabile e sfuggente quanto i bagliori delle luci degli altri camion che sfrecciavano nella corsia opposta.

Chi ero io in quel momento? Socchiudevo gli occhi e cercavo di concentrarmi su quei ricordi, ma non ci riuscivo. La confusione esterna era assordante e il caos era totale; la mia confusione, quella interna della mia testa era ancora maggiore. Non capivo più nulla, tutto era impossibile, inspiegabile. Ma vero.

Mi abbandonai così, sempre sotto il corpo di mia madre per ripararmi dal freddo, ad un deliquio semi incosciente: che significato poteva avere quel ricordo di quando da bambino fui issato sopra un tavolo rotondo, di legno color marrone scuro? Avevo tre anni, i capelli neri e ricci, i pantaloni corti e mio padre stava per scattarmi una fotografia. Io non volevo e stavo piangendo disperatamente. Cosa significava quel ricordo? A chi apparteneva? Come dovevo interpretarlo? Quali messaggi nascondeva? E io? Cosa stavo facendo adesso su quel carro bestiame, in mezzo al letame mio e dei miei simili, diretto verso una destinazione sconosciuta, in una notte umida e fredda? A chi apparteneva quella pelle rossiccia? Quei peli duri e lunghi, quelle unghie spesse, quelle grandi orecchie? Lacrime e confusione, cattivi odori e disperazione si erano completamente impadroniti di me. Guardai ancora i miei sventurati compagni di viaggio; i loro occhi non lasciavano spazio all’immaginazione, la loro espressione era vuota per non dire inesistente; l’unica manifestazione visibile della loro volontà era costituita dalla ricerca spasmodica del migliore spazio possibile; non vedevo in loro nessuna traccia reciproca di solidarietà, perché in quelle condizioni la lotta per la vita avviene al livello più implacabile possibile; soltanto in un mio quasi coetaneo percepii qualcosa di più, una curiosità non ancora spenta, una fiammella ancora viva, una speranza possibile per quanto inespressa. Lui, però, non mi riconobbe; anzi, notai in un suo sguardo prolungato un atteggiamento di sfida e di rivalità.

Mi infilai ancora di più, se possibile, sotto il corpo protettivo di mia madre che mi offrì generosamente le sue mammelle abbondanti e piene di latte; mentre il camion sfrecciava sulla autostrada mi addormentai in quella posizione; ogni tanto si affacciava nella mia memoria lontana qualche altro flash, qualche altro pensiero; senza grande sforzo mi chiedevo cosa altro potessero significare, quali messaggi volessero inviarmi, ma lasciai correre perché  dovevo pensare alla mia nuova vita.

Avevo appreso in un modo certamente molto insolito che la memoria può essere molto labile, che la coscienza è relativa e che i ritorni non sempre sono possibili.

Una brutta deriva

Con un Governo di Centro sinistra il ticket per fare le analisi più semplici di questo mondo costa 55 euro ( da versare in anticipo ). E’ capitato a me, ieri.

Un mio caro amico, per fare analisi leggermente più complete ha dovuto pagare 88 euro. Quel mio amico si trova in questo periodo in particolari difficoltà economiche e ha dovuto farsi prestare quei soldi da sua madre.

Un anno fa con il Governo di centro destra i ticket erano all’incirca gli stessi.

La gente, perciò, si interroga sulle differenze reali che contraddistinguono i due schieramenti.

E’ lecito domandarsi: se non posso permettermi di pagare il tichet, che succede, non faccio le analisi? E’ questo un sistema non dico progressista, socialista o democratico, ma almeno civile?

Che fine ha fatto la solidarietà a sinistra? Dov’è l’azione di Governo per le classi meno abbienti?

Purtroppo temo che si stia rafforzando il processo di omologazione, di massificazione e di ammucchiamento nei poli in una indistinta comunanza di vedute sulle cose che interessano la gente semplice.

Ma c’è un’altra comunanza che opera con potente efficacia, ed è la difesa dei privilegi delle oligarchie, Parlamentari e Giudici, primi tra tutti.

Come noto questi Signori si sono ancora aumentati stipendi, indennità e diarie senza battere ciglio e senza che la loro coscienza avesse avuto un sussulto.

La cosa più triste è che sta aumentando il qualunquismo, la sfiducia, la rassegnazione,

Le recenti trionfali declamazioni ai due recenti congressi Ds e Margherita, sono lontanissimi dai bisogni delle persone e qualcuno se ne accorgerà molto presto.

E i supersinistri RC, PDCI e VERDI si sono accodati senza battere ciglio.

Hanno detto qualcosina sul potere, giammai sui contenuti.

Ora è probabile che qualcun altro accuserà queste poche righe di demagogia, agitazionismo o qualunquismo, ma non è così. Le cose semplici hanno sempre ragione e io diffido sempre di chi aumenta contemporaneamente i tichets e i propri superstipendi.

Che eroi, che supereroi; la cosa stupefacente è che non si vergognano neanche.

C’è da fare senz’altro qualcosa; non si può continuare a subire questo americanismo stupido ma trionfante che sta inquinando i valori veri della nostra Gente e della nostra bella Italia.

Ma bisogna riflettere bene per evitare errori, per non fare ulteriore confusione in un quadro già indistinto e per riorganizzare la speranza, la fiducia, la lotta.

E’ la stessa che anima l’uomo; la stessa carica positiva, la stessa irrefrenabile tendenza a riprodursi, a rafforzarsi e ad espandersi. Tuttavia senza alcuna aggressività, almeno così come la intendiamo comunemente; noi non possiamo spiegare le ragioni profonde di questa differenza, ma la differenza non ci sfugge; anch’essa è lì, di fronte a noi; basta osservarla e coglierla.

La massa dell’energia umana, quella centrale, che ne determina la natura costitutiva e la qualità comportamentale è fortemente caratterizzata da quel virus del dominio, del possesso e dell’egoismo di cui abbiamo parlato precedentemente; la massa dell’energia animale non è contaminata dal virus del dominio ad ogni costo; è noto che la loro aggressività si scatena esclusivamente quando viene minacciata la loro vita, quando viene impedito loro di alimentarsi e di riprodursi, quando si attacca un membro della famiglia; vale a dire che l’uso della violenza negli animali è di tipo puramente difensivo, scatta solo quando loro si sentono attaccati nei diritti vitali fondamentali.

Per il resto non vi sono differenze; anzi, sappiamo che la stessa energia che ha animato un essere umano può trasferirsi dopo la sua morte nel corpo di un essere vivente qualsiasi, animale o vegetale o cosa “inanimata” che sia; stessa struttura di base, quindi, stesse cellule costitutive, stessi atomi, stessi ritmi, stesse particelle, stesse accelerazioni.

Con un virus letale in meno che, fortunatamente, impedisce loro di comportarsi come l’uomo. Spesso mi sono chiesto cosa sarebbe il mondo se gli animali si comportassero con la stessa ferocia dell’uomo e usassero la sua stessa brutale intelligenza; se gli uccelli, ad esempio, si coalizzassero per conquistare il mondo e utilizzassero le loro maggiori qualità fisiche per sottomettere l’uomo; Hitchoch ha riempito di incubi le nostre notti immaginando in un celebre film come avrebbe potuto essere la vita sulla terra, se, una volta tanto, la razza umana si sentisse attaccata con le tecniche da lei stessa inventate e praticate tante volte. Ricordate? Il terrore si diffuse in quella tranquilla cittadina americana, sconvolta dalla furia degli uccelli, soprattutto quando il protagonista del film comunicò ai suoi concittadini che gli uccelli aggressori sembravano possedere una “intelligenza umana”.

Era quello il pericolo principale: comportarsi come gli uomini; immaginiamo ancora cosa potrebbe succedere se, ad esempio, gli insetti si ribellassero a noi, si organizzassero e ci attaccassero, usando la nostra stessa brutale furbizia di guerra e le nostre tecniche di sterminio, più volte sperimentate dall’uomo sui suoi simili e sulle altre specie viventi.

Non ci sarebbe storia, lo scontro non durerebbe molto e l’uomo soccomberebbe molto presto, perché non è il più forte, né il più numeroso, né il più intelligente e, tanto meno, il più giusto.

L’uomo è soltanto il più cinico, il più furbo, il più spietato. La sua guerra al resto delle specie viventi è stata vinta soltanto perché la guerra non vi è stata o meglio perché è stata combattuta da una parte sola; le balene non hanno combattuto l’uomo e sono state sterminate, così come i gorilla, gli squali, i panda e numerose altre specie; le uniche specie animali che sono sopravvissute e cresciute di numero sono quelle che sono state assoggettate al rango di schiavi necessari alle attività agricole, alla produzione di beni, all’alimentazione o anche al suo spasso, al suo diletto all’interno delle abitazioni, ma anche nei circhi o nelle squallide arene di combattimento e nei luoghi di svago.

Abbiamo parlato di massa centrale perché è lì che si annida il virus devastante della unicità della specie umana; lì, da qualche parte, è installato un programma capace di trasformare l’energia vitale di ogni essere vivente in energia aggressiva; può succedere che l’uomo rinunci qualche volta alla sua aggressività, ma questo si verifica solo quando ha raggiunto un dominio assoluto; la tenerezza può essere veramente effettiva e disinteressata nell’uomo, soltanto quando il suo ego è pienamente soddisfatto e gratificato. L’uomo esprime un atto di egoismo anche quando ama; spesso, anzi, l’amore rappresenta il modo più efficace di dimostrare la sua supremazia, tanto è vero che nessun legame è duraturo quando si incontrano due forti personalità; nella razza umana l’amore può esistere soltanto se si accompagna alla supremazia di una parte e niente come il femminismo, per quanto mosso da motivazioni giustissime, è stato vissuto come un attacco dalle conseguenze dirompenti per costumi, tradizioni e abitudini consolidate.

Naturalmente non tutti gli uomini hanno lo stesso livello di aggressività; sappiamo che la varietà è dovunque e che esistono certamente persone meno aggressive e, anche, niente affatto aggressive; ognuno di noi conosce persone miti che si dedicano regolarmente alla pratica e alla organizzazione di opere di bene; esistono, sono attive e, fortunatamente, in fase di crescita numerose Associazioni di Solidarietà. Questo non è negabile, ma noi sappiamo anche, che si tratta di controtendenze tollerate, di eccezioni piacevoli che magari ci riscaldano il cuore e ci fanno stare tranquilli; quelle controtendenze hanno una loro utile funzione, rientrano nello schema, ci fanno dormire meglio, ci rassicurano e ci fanno intravedere il prossimo paradiso imminente.

Sottomettendo il mondo animale noi perdiamo molte occasioni di comprendere la nostra stessa natura; ci macchiamo di un crimine, con l’aggravante della ripetitività; qualsiasi giudice ci darebbe la custodia cautelare preventiva per impedirci di continuare a nuocere e di perseverare nel reato; chiunque abbia avuto un rapporto stretto, che non sia stato di assoggettamento o di sfruttamento, con qualsiasi animale arriverà sempre, prima o poi, alla conclusione che non si potrà fare a meno di amarlo.

Personalmente ho sempre avuto un rapporto contrastato, per non dire negativo, con gli animali; a causa di un episodio negativo che mi era capitato nella prima infanzia, non riuscivo ad avere con loro un rapporto positivo: ero in qualche modo bloccato e rifuggivo da qualsiasi possibile contatto.

Fino a che non mi regalarono, mio malgrado, due cagnoline affettuose che entrarono a far parte della mia vita, per un periodo breve ma intensissimo, facendomi cambiare completamente opinione; si trattava di due cagnoline di taglia media a cui imposi il nome comune di Lilla.

Avevano appena dieci giorni quando me le portarono e i primi giorni furono abbastanza imbarazzanti per me; in quel periodo avevo scelto di vivere solo, isolandomi in una piccola casa di campagna al limitare del bosco; mi piaceva assaporare il silenzio, vivere a totale contatto con la natura, concentrarmi su me stesso, ritrovare le mie radici e risollevarmi da una brutta crisi che stavo allora attraversando.

Quelle due cagnoline non si accontentavano di una super alimentazione che le propinavo in abbondanza, anche per tenerle un po’ alla larga; quando stavo a casa e, fuori nel giardino, pretendevano di starmi sempre accanto, rivendicavano grande attenzione agitandosi e saltandomi intorno in continuazione; non solo, nonostante avessi preparato per loro una accogliente cuccetta distante una cinquantina di metri dalla mia abitazione, loro preferivano dormire il più vicino possibile a me, magari accovacciate sotto la finestra della mia camera da letto, nonostante fosse freddo. Si comportavano in modo educato e i loro lamenti, quando le allontanavo, erano improntati a una dolce, remissiva, paziente rassegnazione. Con il passare del tempo, mi abituai alla loro presenza, accettavo sempre più la loro compagnia e, in poco tempo, divenimmo inseparabili; divennero così importanti che ero capace di rinunciare a qualsiasi altro, pur importante, impegno di lavoro per starci un po’ insieme; ad un certo punto, paradossalmente, iniziai a comunicare con loro, prima con una certa muta intesa e poi, addirittura, con le parole; loro sapevano quale era il mio umore in qualsiasi momento, anche senza che si instaurasse tra noi qualsiasi contatto; erano in grado di intuirlo anche a distanza; nei momenti difficili si posizionavano a una certa distanza e mi lanciavano sguardi comprensivi; nei momenti “buoni” invece la loro vitalità si scatenava e partecipavano al buon umore con felicità contagiosa.

Allo stesso modo io ero in grado di capire il loro stato d’animo appena arrivavo; senza parlare, sapevo che avevano avuto uno spavento o che qualcosa le aveva turbate, molto spesso capivo anche che cosa; il nostro rapporto migliorava continuamente, si intensificava, stava diventando meraviglioso; mi resi conto che la loro presenza, invece che disturbare il mio contatto con la natura, lo stava completando; la mia voglia di full immersion nel silenzio della campagna aveva trovato un ulteriore approfondimento, un vero e proprio perfezionamento.

Nonostante i gravi problemi di lavoro e non solo che persistevano nella mia vita al di fuori di quell’eremo, ricordo ancora con molto piacere quelle giornate caratterizzate da grande serenità.

Quando le due Lille giunsero all’età di sei anni accadde l’irreparabile; una improvvisa intossicazione alimentare causata da un virus del quale ignoro ancora l’entità e la tipologia, le stroncò, tra dolori lancinanti appena leniti dagli analgesici , in appena due giorni. Le seppellii insieme in campagna in una fredda giornata degli inizi di Febbraio.

Il dolore che provai non è descrivibile; la sua intensità fu assoluta e rimasi sconvolto per un lungo periodo di tempo; nel corso della mia vita nessun altro dolore analogo raggiunse prima la stessa intensità e la stessa fosca disperazione; ancora oggi quel dolore è intatto; è riposto in un angolo del cervello, in una apposita stanzetta di compensazione situata sullo sfondo, ma la sua lancinante costernazione è rimasta la stessa che seguì  i giorni tremendi della loro morte.

Non riesco a togliermi ancora dalla testa i loro occhi durante l’agonia e, soprattutto, non riesco a non pensare ai messaggi che avrebbero voluto inviarmi nei giorni precedenti quando ancora godevano ottima salute; spesso mentre ero disteso a leggere disteso sull’erba, o sopra una sedia a sdraio o su una scalinata in pietra si accovacciavano ai miei piedi e, guardandomi con una tristezza infinita, iniziavano a parlarmi attraverso guaiti e lamenti, comunicandomi uno stato di pena e di sofferenza interna mai avvertito in precedenza. Cercavano sempre di starmi il più vicino possibile, molto più del solito. Fui colpito profondamente da quell’inspiegabile atteggiamento e mi posi inquietanti interrogativi su cosa potesse significare quello stato d’animo. Sapevo, ero del tutto convinto che quella non era tristezza abituale; sentivo che c’era qualcos’altro, anche se non riuscivo a capire che cosa.

Mi sorpresi con sempre maggiore frequenza a pensare alla morte delle Lille; mentre continuavano a guardarmi, a guaire, a lamentarsi e a piangere senza apparente ragione io stavo stranamente pensando che sarebbero morte presto, mi immaginavo come sarebbe stata la mia vita senza di loro, dopo anni di convivenza continua; la loro struggente intensa tristezza mi contagiò; la loro dolce espressione del viso si stava immalinconendo sempre di più e cominciai ad accarezzarle mentre iniziarono, tremando, a stringersi a me cercando un contatto fisico.

Ricordo quei momenti con lucidità: momenti molto tristi che mi trasmisero strani presagi; in quelle giornate mi trattenevo più a lungo con loro, gli stavo vicino fino a tarda ora e cercavo di rassicurarle a lungo e inutilmente; quando me ne andavo mi seguivano fino al cancello continuando a guardarmi con quello sguardo implorante e diverso dal solito; normalmente, quando capivano che me ne stavo andando, si giravano da un’altra parte, come se fossero offese dal mio momentaneo abbandono; le ultime immagini che mi rimangono sono quelle delle due Lille distese con la testa appoggiata alla terra che continuavano a guardarmi tristemente mentre salivo in macchina per andarmene.

Una mattina le trovai agonizzanti, impazzite per quella intossicazione alimentare e ormai incapaci di riconoscermi.

Ripensando a quei lunghi giorni, prima della loro morte, ho a più riprese escluso che il loro comportamento fosse una conseguenza della malattia che le uccise, perché quella intossicazione giunse improvvisa, a seguito di una sfortunata fornitura che mi portarono soltanto pochissimo tempo prima.

Da allora penso agli animali in modo diverso; li sento vicini e uguali a noi; ho imparato non solo a rispettarli ma a considerarli capaci di capirci e di sentirci molto più compiutamente di quanto noi esseri umani possiamo essere in grado di fare nei loro confronti.

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